I
neuroni, le cellule principali del sistema nervoso centrale e periferico,
rappresentano il topos centrale della ricerca biomedica applicata e di
base. Questo, naturalmente, in vista delle eventuali e per ora non dimostrate
applicazioni che queste cellule avrebbero nella cura di malattie
neurodegenerative, come il morbo di Parkinson o l’Alzheimer.
Un gruppo di ricercatori britannici e belgi ne è fermamente
convinto. Secondo un loro recente studio la risonanza magnetica funzionale è in
grado di rilevare segni di attività cerebrale anche nei pazienti incapaci di
comunicare, perché in coma e mostra che una piccola parte delle persone in
stato vegetativo ha in realtà una forma di coscienza.
Appena nati già si distingue la musica da altri suoni e rumori e si attivano le medesime aree dell’emisfero destro che vengono stimolate dall’ascolto negli adulti. Un gruppo di ricercatori del San Raffaele di Milano lo ha dimostrato sottoponendo a risonanza magnetica funzionale 18 bambini che non avevano più di tre giorni di vita. «Non solo» ha aggiunto Daniela Perani, che ha coordinato la ricerca. «I piccoli reagivano in maniera diversa quando nella musica introducevamo note stonate o dissonanze».
Forse non è meritata la terribile fama dei prioni, i misteriosi agenti infettivi che, in quanto esclusivamente proteici e privi di acidi nucleici, hanno prima stravolto le leggi della biologia e poi fatto guadagnare a Stanley Prusiner il premio Nobel della medicina.
I ricercatori dell’Anderson Cancer Center dell’Università del Texas hanno dimostrato che le cellule staminali che innescano la formazione del glioblastoma, il più letale dei tumori cerebrali, riescono anche a ingannare e tenere a bada il sistema immunitario che dovrebbe eliminare le cellule anomale. In particolare, bloccano l’azione dei linfociti T, deputati a riconoscere e distruggere le cellule anormali.
C’è un legame tra metabolismo e Alzheimer. La leptina, che comunica al cervello quando mangiare e quando smettere, era stata finora studiata soprattutto per cercare un rimedio all’obesità, ma in modelli animali aveva dimostrato di agire anche sulla memoria. Ora un gruppo di ricercatori di Boston ha scoperto che potrebbe proteggere dalla demenza.
Talvolta uno stimolo elettrico nel cervello può
ristabilire condizioni di normalità in un malato. È il caso della DBS (Deep Brain Stimulation), stimolazione applicata contro il morbo di
Parkinson e non solo.
Le neuroscienze hanno descritto con crescente accuratezza quali gruppi di neuroni costituiscono la matrice del dolore, struttura che ci permettono ad un tempo di percepire dolore e comprenderlo nei nostri simili. Lo studio di magnetoencefalografia (MEG) attuato presso l'ospedale Fatebenefratelli di Roma sotto la guida di ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR-ISTC), ha scoperto un meccanismo che ci mette in sintonia con gli altri quando provano dolore. di FRANCA MATILDE TECCHIO
Le catene dell'emoglobina non sono prodotte solo nei precursori dei globuli rossi: i loro geni vengono espressi anche nei neuroni dopaminergici della sostanza nera, la cui degenerazione porta al morbo di Parkinson, e nelle cellule gliali che in tutto il cervello circondano i neuroni come un tessuto connettivo. Alla scoperta è giunto Stefano Gustincich della SISSA di Trieste, insieme con alcuni colleghi italiani e giapponesi, che l'hanno confermata in diversi animali da laboratorio e su preparati di cervello umano provenienti da autopsie.